Gatto Norvegese blu: immagini e caratteristiche

Dal gene della diluizione al pelo tutto particolare, scopriamo le caratteristiche del gatto Norvegese blu e ammiriamolo in queste immagini.

gatto norvegese sfondo nero

Il Gatto Norvegese delle Foreste o gatto delle foreste norvegesi è un micione dotato di un doppio strato di pelo e facilmente riconoscibile anche per la sua corporatura robusta. In questo articolo ci dedicheremo in particolare al Norvegese blu, dotato di un fascino davvero fuori dal comune, analizzandone per voi le principali caratteristiche e presentandovene le immagini più belle.

gatto norvegese di profilo

Partiamo subito da una piccola precisazione: in questo contesto il termine “blu” è in realtà utilizzato per definire il manto che in un singolo esemplare assume un colore grigio piuttosto uniforme, ma che da gatto a gatto può presentare differenti sfumature. Tali sfumature nel Norvegese vanno dal color canna di fucile al grigio perla e comprendono anche vari tipi di pattern tigrato. Nel delicato e complesso equilibrio che regola la determinazione del colore del pelo di un gatto, la variante blu è frutto di un fenomeno chiamato diluizione, dipendente da un gene che regola la distribuzione di eumelanina (pigmento nero, bruno o rossastro).

Questo gene, il gene D, provoca infatti un maggior raggruppamento dei granuli di eumelanina e una loro distribuzione non uniforme sul fusto del pelo (cioè la parte del pelo che emerge dalla cute), lasciando riflettere più luce. Si avranno dunque versioni schiarite o appunto “diluite” del colore originale: crema per il rosso e grigio (qui denominato blu) per il nero. Poiché si tratta di un gene autosomico (cioè presente in cromosomi non sessuali) che si esprime fenotipicamente solo in forma recessiva, sono necessarie due copie dell’allele diluizione d, una per genitore, affinché il cucciolo mostri la diluizione.

Se in alcune razze di gatti, come il Certosino e il Blu di Russia, si tratta del fenotipo più comune, nel caso del gatto Norvegese delle foreste le cose sono un po’ più imprevedibili. In generale però basta conoscere il genotipo dei genitori di un gatto in relazione a questo specifico tratto: se entrambi possiedono il gene recessivo d, a prescindere dal loro fenotipo, i loro cuccioli avranno almeno il 25% di possibilità che il loro pelo sia blu.

Volendo andare più nel dettaglio possiamo dire che: da due gatti con genotipo [DD] non nasceranno cuccioli diluiti; da due genitori [Dd], cioè che portano il gene ma non sono essi stessi diluiti, c’è il 25% di probabilità di diluizione per i cuccioli; due genitori [dd] daranno sicuramente alla luce solo cuccioli diluiti; un genitore [DD] e un genitore [Dd] avranno cuccioli non diluiti ma portatori della diluizione.

Veniamo ora ad altre caratteristiche di questo splendido gatto: il Norvegese delle foreste, chiamato anche Skogatt (= gatto delle foreste) in Norvegia, è una razza naturale che nonostante il suo aspetto austero e selvaggio non discende da altre specie di felini selvatici: si pensa infatti che sia arrivato in Norvegia dal resto dell’Europa, in cui i gatti erano già ampiamente addomesticati dai tempi degli antichi Romani.

Molti studiosi sostengono che il Norvegese esista da molto tempo poiché svariati racconti incentrati su gatti a pelo lungo molto simili a lui sono stati rinvenuti in alcune leggende norrene, anche se non vi è certezza sulla data di creazione di queste opere. Molti di questi miti erano infatti tramandati oralmente e furono messi per iscritto solo in seguito, raccolti nella cosiddetta Edda poetica redatta tra l’800 e il 1200 d.C. Il loro contenuto lascia pensare che i gatti domestici abbiano abitato la Norvegia per centinaia o anche migliaia di anni.

Al loro arrivo nel Nord Europa, probabilmente portati da coloni, mercanti o crociati, gli antenati di questa razza erano probabilmente a pelo corto, poiché così erano in genere quelli che i Romani avevano a loro volta importato dall’Egitto. Ma questi gatti sopravvissero adattandosi al clima rigido della Norvegia settentrionale che, con i suoi lunghi inverni bui, mise però a dura prova la loro resistenza.

Nel corso di secoli e secoli trascorsi ad aggirarsi nelle foreste scandinave essi svilupparono un pelo lungo, doppio, denso e resistente all’acqua ma anche una corporatura forte e robusta; affinarono al massimo i riflessi e l’istinto da predatori, da cui dipendeva la loro stessa sussistenza. Fu proprio questo istinto a renderli degli ottimi cacciatori di topi anche a bordo delle navi vichinghe, dove vennero impiegati spesso prima di essere addomesticati del tutto.

È però nelle caratteristiche del loro mantello che si riflette maggiormente la loro straordinaria capacità di adattamento a un ambiente decisamente ostile. Esso assunse anche colori diversi a seconda delle zone in cui l’animale era solito cacciare: se il rosso, il tigrato e il tartarugato erano perfetti per le aree boschive dell’interno della Norvegia, il blu e il nero erano più tipici delle aspre coste rocciose lungo i fiordi.

I due strati di pelo che compongono il bellissimo mantello del Norvegese sono diversi perché diverse sono le funzioni che svolgono: quello più esterno funge da copertura ed è lungo, pesante e soprattutto oleoso, caratteristica che lo rende idrorepellente e assicura un’ottima protezione dalle intemperie; lo strato più interno è un sottopelo più lanoso che appunto, proprio come la lana, isola il corpo dal freddo e lo aiuta a fronteggiare anche le temperature più basse. Il Norvegese è poi munito di folti ciuffi di pelo che fuoriescono dalle orecchie e dagli incavi tra le dita, zone particolarmente delicate e munite così di un’ulteriore protezione; le zampe leggermente palmate hanno in questo modo anche una miglior presa sul terreno.

Se d’inverno e soprattutto allo stato selvatico questo mantello super-evoluto è di vitale importanza per tenere in vita l’animale anche quando il clima è più rigido, nelle altre stagioni dell’anno e in un contesto prettamente domestico ciò non è più necessario, e anzi rischia di fargli soffrire il caldo: è proprio a scongiurare questo rischio che provvede la sua muta stagionale che libera il nostro Norvegese di gran parte del suo “equipaggiamento” invernale, di cui restano praticamente solo la gorgiera e la pelliccia su coda e orecchie. La differenza salta agli occhi anche dei meno esperti!

Ma come si fa a prendersi cura di un Norvegese blu? La risposta è piuttosto semplice, poiché pur essendo lungo e folto il suo manto è più facile da gestire rispetto a quello di altri gatti a pelo lungo: basterà una spazzolata settimanale in inverno e un po’ più di frequente in primavera per mantenerlo in ottime condizioni.